Cinema, mostri e quel tenero bisogno di (soprav)vivere…

Ai mostri della nostra adolescenza cinefila siamo rimasti tutti un po’ affezionati. Che sia un’ombra espressionista che galleggia nel subconscio, un killer ruvido e muto che punisce il sesso precoce degli adolescenti o il seme di una responsabilità adulta che germoglia nei sogni dei figli come creatura guantata e assassina, quegli incubi, volenti o no, li custodiamo ancora. Alcuni se ne sono sbarazzati chiudendoli in uno scantinato, mentre la polvere del tempo li sminuiva come giocattoli in disuso e i fardelli della vita ne occupavano il posto. Altri invece hanno deciso di farsi accompagnare da quelle creature in età adulta, ben consapevoli che dall’orrore che dimora sotto la luce del sole è impossibile sfuggire ma che, in loro compagnia, anche questo orrore potrebbe diventare un po’ più sopportabile. Esorcizzare le paure del quotidiano del resto è sempre stato compito dell’horror, genere che più di altri è in grado di restituire il riflesso violento, grottesco e assurdo dell’essere umano, l’immagine che vive al di là del nostro specchio sociale di “comodo”.

Ma non solo di questo si nutre un simile bisogno psicologico di mostri. In quella dimensione del buio (cinematografico) abitata da killer ritornanti e pervasa da un male strisciante e silenzioso, si muore continuamente (e spesso stupidamente), la salvezza si conquista con regole precise e i boogeymen talvolta hanno pure  la meglio. A sopravvivere però sono un concetto e un intero universo temporale (l’adolescenza), percepiti come immutabili e senza confini e cristallizzati in dinamiche ormai indelebili. E’ un’immaturità giocosa ma sana (e non, come alcuni vorrebbero, “malsana”) che convive consapevolmente con l’età adulta. Uno stato di grazia che da quella dimensione orrorifica mutua il suo risvolto più tipico e perfino tenero: quello di una memoria che ritorna sui luoghi del vissuto. Perché rievocare quei mostri che si celano dentro un’urbanità (tutta americana) fatta di siepi e vialetti, rispecchia, più che l’aspirazione adolescenziale di sopravvivere ai loro assalti, il più terreno bisogno di “vivere” e ricordare. E l’adolescenza è proprio la fase che racchiude entrambe le istanze. Istantanea “giovane” in cui si dispiega la vita, quella dai confini temporali indefiniti e le aspirazioni esistenziali smisurate, e al tempo stesso cartolina della memoria, prima “melanconica” manifestazione del nostro iniziare a vivere coi piedi per terra. I mostri che hanno vissuto quel tempo insieme a noi sono fatti di quella stessa materia magica e incerta. Forse per questo continuiamo ad amarli. Forse per questo non è sbagliato amarli.  Perchè Halloween è finito ma abbiamo ancora bisogno di loro. Buon Ognissanti a tutti.

Andrea Lupo

 

 

 

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