“Bussano alla porta”, fede e famiglia nell’ultimo apologo di Shyamalan

E’ da oltre un ventennio che il cinema di M. Night Shyamalan pare essersi assunto sulle spalle una sorta di responsabilità silenziosa nei confronti del pubblico. Attraverso le sue incursioni all’interno dei generi la filmografia del regista indiano si è fatta sempre più manifesto delle inquietudini del presente, una sorta di ricognizione dai toni minimalisti intorno a paure individuali e angosce collettive. E’ una storia che ha avuto inizio nel 1999, l’anno in cui “Il sesto senso” poneva la pietra definitiva su una riflessione tutta americana incentrata sulle inquietudini di fine millennio. Dentro gli umori pessimisti di quella novella segnata da fantasmi immemori e incomunicabilità emotiva, sembrava riverberarsi infatti la medesima precarietà esistenziale che stava investendo la società globale all’approssimarsi del nuovo secolo. Da allora in poi ogni successivo titolo di Shyamalan non ha fatto che arricchire questa riflessione, modellando la propria drammaturgia di “genere” intorno a tematiche ricorrenti come la fede (quella nei segni, negli indizi e nelle favole rispettivamente di “Signs”, “Unbreakable”e  “Lady in the water”), la famiglia (“After Earth”, “The visit”, “Old”), le apocalissi sociali (“The village”) e quelle ambientali (“E venne il giorno”). Perfino l’incursione dichiarata dentro un genere-simbolo del terzo millennio (il cinecomic di “Split” e “Glass”) è diventato espediente per meditare metaforicamente intorno a temi come le identità destrutturate e i multipli dell’io. Ogni tassello narrativo inoltre è sempre occasione per ribadire la più grande fra le fedi del regista: quella nel meccanismo dell’affabulazione cinematografica. Shyamalan non dubita mai di ogni sua storia (anche la più improbabile) e crede a ogni singola, eccentrica pennellata dei suoi personaggi. E alla fine non possiamo che credere insieme a lui. Accade nuovamente in quest’ultimo “Bussano alla porta”, storia non originale (la sceneggiatura è stata adattata dal romanzo “Una casa alla fine del mondo” proprio come il precedente “Old” tratto da una graphic-novel), ma soggetto che rispecchia perfettamente la sua sensibilità intorno a temi come fede e famiglia e che rinnova quel (sesto) senso innato (una fascinazione?) per ogni tipo di apocalisse. La “casa alla fine del mondo” in cui si consuma questa sorta di “armageddon da camera” è un cottage di montagna isolato da vicini e wi-fi, in cui si ritira la famiglia composta dai due papà Eric e Andrew e la figlia adottiva Wen. La pace però durerà ben poco, guastata quasi subito dall’irruzione di quattro sconosciuti (tanto inquietanti quanto “ordinari”) che agiscono sotto la guida pacata ed implacabile di Leonard, gigantesca personificazione di un profeta moderno. Bussano alla porta e, dopo l’ovvio rifiuto dei genitori, irrompono e sequestrano l’intero nucleo sottoponendolo ad un assurdo ricatto: Eric e Andrew dovranno sacrificare un membro della famiglia affinchè il mondo possa continuare a sopravvivere perchè così è stato loro rivelato. Sarà l’inizio di un estenuante confronto fisico e psicologico fra la famiglia e i quattro, improvvisati cavalieri dell’apocalisse, combattutto fra l’ incredulità (messa però a dura prova) e la violenza (ferocissima ma anche anche autodistruttiva) fino ad un esito inevitabilmente amaro.

Per chi (come il sottoscritto) ha letto il bel romanzo di Tremblay anticipiamo subito che Shyamalan qualche carta in tavola l’ha (prevedibilmente) cambiata, preferendo una evoluzione più canonica per il suo adattamento e decidendo di abbandonare quel cinismo sordo e disperato che permeava la risoluzione finale scelta dal romanziere. Qualcuno quindi potrebbe (legittimamente) storcere il naso dinanzi a un simile alleggerimento nella scrittura, motivato sicuramente da esigenze più “popolari” e, soprattutto, dalla necessità di far sfiatare un dramma già di suo claustrofobico verso un esito meno nero e nichilista (più sostenibile sulla pagina che sullo schermo). Tuttavia, al netto di critiche anche lecite, ciò che maggiormente conta per Shyamalan è, ancora una volta, non il fine quanto il “medium”, la progressione stessa, il processo attraverso il quale si perviene ad una determinata conclusione (che non occorre sia più quella spiazzante dei soliti “twist”) e durante il quale ogni personaggio metabolizza dinanzi a noi più le proprie micro-catastrofi interiori che quella esteriore e collettiva. Così dentro la storia di Eric e Andrew, richiamata nelle sue tappe più significative durante il sequestro thrilling all’interno della casa, prende forma davanti al pubblico un ordinario romanzo di coppia, fatto di intesa, innamoramento, emarginazioni, omofobia e violenze ma anche di piani familiari, gioie della paternità adottiva e creazione di un nuovo nido. Il senso di Shyamalan per la famiglia emerge nuovamente in “Bussano alla porta” come fosse un prolungamento naturale di quello già presente in “Old”, e si impone ancora una volta in modo saldo e delicato, giustificando in qualche modo quelle deviazioni dal romanzo che, con la sua amara conclusione, riportava i protagonisti ad una “regressione” individualista psicologicamente comprensibile certo, ma qui poco funzionale al discorso del regista (nonchè alla necessità di una chiusura cinematografica “classica”). Per poter celebrare questo concetto il regista decide di sposare in egual misura tanto il fideismo di matrice cristiano-biblica quanto l’irrazionalità castigatrice della tragedia greca (ricordate “Il sacrificio del cervo sacro”?), dando corpo ad una dinamica scomoda, tanto ambigua quanto, a tratti, indigesta per le implicazioni moralizzanti che inevitabilmente ne scaturiscono. Una dinamica in cui le immagini delle catastrofi intraviste in tv (quelle che dovrebbero costituire “prove” della autenticità dell’incredibile disegno superiore) diventano ulteriori vettori di scetticismo, specchio dell’attuale incapacità di credere non tanto alle profezie quanto alle più semplici evidenze (proprio quella incapacità che gli ultimi tre anni di vissuto globale hanno corroborato con forza). Ma la metafisica, di qualunque origine sia, probabilmente non è il fine ma soltanto un altro mezzo (deus ex machina?) al quale il regista ricorre per necessità narrativa. Del resto si sa che la fede, anche quella dalle implicazioni più tremende, nel cinema di Shyamalan si è fatta più significativa come ingranaggio del meccanismo affabulatorio (questo sì superiore) che quale oggetto di riflessione teorica. E quella canzone che viene fuori dalla radio alla fine del film (la celebre Boogie Shoes), il tema che aveva segnato allegramente il viaggio iniziale della famiglia ancora ignara del suo destino, forse non è semplicemente uno dei tanti signs piazzati da Shyamalan e proveniente da chissà dove, ma il suo saggio, delicato ed amorevole invito a proseguire nonostante tutto. Perché, come in tutti i suoi film, a contare non è tanto il fine o la destinazione ma, soprattutto, il viaggio.

Andrea Lupo

 

 

 

 

 

 

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