Hamnet, nel nome del figlio e del padre

In inglese elisabettiano Hamnet e Hamlet sono nomi omofoni, nomi cioè la cui pronuncia è talmente simile da renderli sovrapponibili fra loro e, conseguentemente, intercambiali. La questione fonetica sui titoli di testa di “Hamnet” predispone subito ai temi della più celebrata fra le tragedie del Bardo: storia di figli (il principe di Danimarca), di fantasmi e della riabilitazione di un nome, quello di un padre nobile monarca, usurpato nel ruolo e infine restituito alla memoria collettiva proprio dal figlio. Il film di Chloe Zaho, così come il romanzo di Maggie O’Farrell da cui è tratto, segue il percorso inverso rispetto alla nota tragedia, e stavolta la riabilitazione, guidata ancora dai fantasmi, è quella operata dal padre “in nome dei figlio”. Perché è vero che Hamlet – l’opera, il testo- nei secoli è “prevalso” su Hamnet, ossia sul nome e soprattutto sul figlio, quell’unico figlio maschio di William Shakespeare morto prematuramente, eppure su quel processo di sovrapposizione/assorbimento dello scritto sul nome (e dunque dell’inchiostro sulla “carne”) non si era mai posato uno sguardo “terzo”, quello del cinema. Il film di Chloe Zaho rimedia a questa mancanza, calando la vicenda luttuosa all’origine del dramma elisabettiano in una cornice rigorosa e terrigna, fra ruvidezze ancestrali, algida contemplazione e squarci emotivi improvvisi e viscerali.

Un viaggio il suo che parte dalle cavità arboree e insondate della foresta, nel cui ventre molle la protagonista si muove come una druidessa, attraversa le “stanze dei figli” straziate dall’assenza, ed infine approda alla levigata solidità del proscenio, quel luogo cioè in cui dolore, creazione e catarsi miracolosamente finiscono per coincidere, forse perché condividono il medesimo buio, il “colore” delle scene, del vuoto e dell’imponderabile. E’ il nero compreso fra le radici secolari, quello di una Natura- Madre che forse sconvolge gli eventi reclamando il Figlio della terra che le è stato “sottratto”. Ed è il nero della trama attraverso la quale la Morte contempla invisibile lo smarrimento del bambino prima di farlo suo (uno dei momenti più stordenti e strazianti del film). Ma sono nere anche le quinte dalle quali emergeranno, fra lacrime e biacca, i fantasmi dei padri venuti a chiedere perdono ai figli dinanzi al tribunale del Mondo. Tutti loro evocati da un unico “padre” ossia l’Autore, demiurgo immanente capace di stendere quel velo di pietà ed indulgenza sopra ogni protagonista “imperfetto” della vita. Perché solo la grazia dei versi del creatore può concedere alla creatura, cioè all’essere (e al suo non essere) umano, l’assoluzione più autentica, quella dell’arte. Il pianto alla fine può giustamente sfumare nel sorriso e la quiete, anche solo per poco, prevalere sul tormento. E’ il miracolo di un unico respiro collettivo, la corrente emotiva che attraversa diversamente i corpi, quella sublime sincronia fra arte e vita che rende l’amore un palcoscenico. Forse l’unico possibile.

Andrea Lupo

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