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DISCLOSURE DAY, la rivelazione e l’illusione per Spielberg

E’ la sequenza di un “falso” (l’incontro di wrestling) ad aprire il film di Spielberg dopo la parola disclosure (rivelazione, divulgazione) del titolo. L’impatto è violento e brutale, come i calci sferrati dal lottatore allo sfidante già atterrato (prospettiva condivisa guarda caso con gli spettatori in sala). Quei colpi sappiamo già essere fasulli, coreografati e “ingannatori”. Non fanno male perché, di fatto, dissimulano il reale. Esattamente come succede nel film. E’ un incipit quasi teorico quello scelto da Steven Spielberg per “Disclosure Day”, un attacco che stordisce e che catapulta con immediatezza dentro la dimensione di una storia che andrà, per tappe quasi “analogiche”, a disvelarsi progressivamente sotto i nostri occhi...

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Carlo Rambaldi: fra fantascienza e realtà c’è un cuore pulsante cinema

Era un caldissimo sabato quel 23 luglio di vent’anni fa, quando la città di Catania visse ufficialmente il suo primo “incontro ravvicinato” del terzo tipo con creature provenienti da universi lontani. Base d’atterraggio il Teatro Metropolitan. Nome dell’evento la mostra “Ufo – Are we alone?”. Guida e cerimoniere di quel memorabile viaggio interstellare nientemeno che Carlo Rambaldi, genio visionario tre volte premio Oscar e padre di icone cinematografiche immortali come E.T. e Alien. I mondi erano stati appena sconvolti dalle uniche guerre concepibili (all’epoca) dal grande pubblico, quelle su schermo (War of the worlds), e a filmarle quell’estate c’era, curiosamente, lo stesso Steven Spielberg che con Rambaldi aveva condiviso a inizio carriera due fra i più bei manifes...

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AD ASTRA, le asperità oltre le stelle

Per aspera ad astra, attraverso le difficoltà fin verso le stelle. Questo il motto, l’incitazione, il viatico. Ma se il viaggio fosse invece al contrario? Se attraverso le stelle si giungesse solo a nuove asperità e dolore? Con la rassegnazione al posto della gloria e il bagliore di una cometa invece della lux aeterna nello spazio ? L’ultimo film di James Gray (Two Lovers, Civiltà perduta) non è un’ode al vittorioso ma, probabilmente, un’elegia sulla sconfitta. Solenne, mesta e giustamente autocosciente. Un’invocazione interiore che l’astronauta Brad Pitt rivolge a se stesso (né a Dio né al Padre quindi) e di cui conosciamo già, come lui, la nuda risposta. Non occorre un viaggio per aspera per comprendere una malattia esistenziale che ha già corroso l’anima, corrotto l’i...

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