Brigitte Bardot è stata un paradosso nella storia del cinema e del costume. Consacrata negli anni ’60 come simbolo di libertà e sensualità (grazie a Roger Vadim e Jean-Luc Godard), sdoganò il bikini e diede vita allo “scollo alla Bardot”, ridefinendo la femminilità attraverso la sfida (estetica) lanciata alle convenzioni morali e sessuali degli anni ’60. Eppure non era una femminista, si è sempre professata ultracattolica (pur avendo desiderato fortemente l’aborto per il suo unico figlio), e da tempo aveva sposato l’estremismo politico identitario, andando incontro anche ad accuse di razzismo. La sua vita, soprattutto dopo il ritiro dalle scene, è stata un intreccio costante di luci e ombre, fra quel passato libertario così potente e il rigorismo della maturità, fra un’attivismo animalista quasi viscerale e l’intransigenza della sua visione sociale. I miti, spesso, li si vorrebbe amare incondizionatamente, sia per ciò che hanno dato all’immaginario collettivo, quanto per la loro intima adesione alle nostre idee e sensibilità (anche quella politica), che ce li fa sentire più vicini e familiari. Non sempre è così. Tuttavia è nelle pieghe delle contraddizioni che spesso risiede l’umanità e il segreto di ogni mito.
La Bardot è mito. La sua vita è stata contraddizione. Quel che resta oggi è pura icona.
Au revoir, B.B….

Testo e disegno di Andrea Lupo


























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