
Era un caldissimo sabato quel 23 luglio di vent’anni fa, quando la città di Catania visse ufficialmente il suo primo “incontro ravvicinato” del terzo tipo con creature provenienti da universi lontani. Base d’atterraggio il Teatro Metropolitan. Nome dell’evento la mostra “Ufo – Are we alone?”. Guida e cerimoniere di quel memorabile viaggio interstellare nientemeno che Carlo Rambaldi, genio visionario tre volte premio Oscar e padre di icone cinematografiche immortali come E.T. e Alien. I mondi erano stati appena sconvolti dalle uniche guerre concepibili (all’epoca) dal grande pubblico, quelle su schermo (War of the worlds), e a filmarle quell’estate c’era, curiosamente, lo stesso Steven Spielberg che con Rambaldi aveva condiviso a inizio carriera due fra i più bei manifesti pacifisti della storia del cinema sci-fi. La città dunque era “pronta” per il suo primo e più importante convegno interstellare, e chi meglio dell’artista ferrarese avrebbe potuto traghettarla fisicamente e metaforicamente dentro quegli universi popolati da creature sospese fra tenerezza (E.T.) ed orrore (Alien)? Chi se non lo stesso genio meccanico che aveva concretizzato la celeberrima sequenza musicale di John Williams (Re – Mi – Do – Do – Sol) nella coreografia gestuale e pacifista dell’alieno avrebbe potuto condurci dentro il medesimo bagliore di luce che aveva avvolto Richard Dreyfuss nel mistico finale di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”?


Quando torno con la memoria a quell’affollatissimo pomeriggio del 2005 e all’indimenticabile incontro avuto con Carlo Rambaldi (che non si limitò ad inaugurare semplicemente la mostra ma si intrattenne generosamente con tutti i presenti regalando autografi e disegni oltre che aneddoti e ricordi fino a sera), mi viene in mente l’aggettivo che ricorreva costantemente sulle riviste del 1982 all’epoca dell’uscita di E.T. e cioè “papà Rambaldi”. Credo che fin da allora tutti noi ragazzini (come il sottoscritto che, per la cronaca, neanche usciva di casa senza il suo E.T. portafortuna in tasca), avessimo imparato a conoscere Rambaldi più come “papà” che come “genio” o “maestro”. Perché Rambaldi le peculiarità di un papà cinematografico le possedeva tutte. Non semplicemente un pittore, uno scultore e un effettista, così come definito dalle biografie, ma un demiurgo “totale” capace di concepire, visualizzare ed infine concretizzare matericamente i frutti della propria immaginazione. Perché solo cesellando ogni aspetto della creazione e poi forgiandone con le proprie mani ogni singolo ingranaggio si può infondere consapevolmente la vita a qualcuno. Da qui il “papà”. E i bambini del 1982 (come il sottoscritto, che ritagliava ogni immagine dell’alieno scovata sulle riviste), quando lo vedevano in foto abbracciato al suo E.T., probabilmente questo aspetto paterno più che coglierlo lo “sentivano”. Proprio come quel cuore rosso che attraverso E.T. pulsava fino a noi. Un cuore pulsante cinema.

“Concretezza” del resto è la parola chiave o, meglio, la parola spartiacque fra ieri e oggi, fra un’epoca dell’effetto speciale in cui era possibile parlare ancora di “paternità” e di creatività singole, e un presente che ha visto questo concetto polverizzarsi dietro l’opera dei team digitali e sulla scia di una smaterializzazione progressiva dell’oggetto “rappresentato” su schermo. Una quaestio che posi allo stesso Rambaldi proprio durante quell’incontro del 2005 a proposito del King Kong firmato Peter Jackson che sarebbe uscito di lì a poco. Lui mi diede la risposta che io stesso avevo ipotizzato: “Tutto bellissimo, il gorilla sicuramente sarà perfetto e realistico. Ma… cosa tocco alla fine? Dov’è la materia?”
“Concretezza” appunto.

È innegabile che possano coesistere poesia e compromesso anche nell’effettistica moderna (proprio Jackson, che viene da un cinema più “sporco” e corporeo, ha celebrato nella sua trilogia tolkeniana la sintesi fra digitale pittorico e modellistica reale), ma è altrettanto innegabile che l’abbandono di tecniche artigianali non più richieste al cinema interferisce nella costruzione di vecchie abilità e perizie, spoglia l’artista (pittore, scultore o tecnico che sia) della necessità di promuovere una propria vocazione creativa ed annichilisce la ricerca espressiva e visiva (con soluzioni che spesso nascevano inaspettate proprio dalle limitazioni della tecnica). Sarà per questo che di creature (memorabili) su grande schermo non se ne vedono più da almeno un ventennio.

E sarà per questo che non è più possibile oggi imbattersi in maestri che possano intestarsi totalmente la paternità delle creature. Di imbattersi cioè in personalità come quelle di Carlo Rambaldi, la cui ispirazione non è stata sollecitata solo da studi, abilità manuali e fattori industriali, ma era il fulcro di un complesso processo personale con al centro l’uomo, l’artista e la fiducia di cui godeva. Ecco perché celebrare il genio del maestro ferrarese, che ha coperto con i suoi effetti speciali meccatronici almeno quarant’anni fra cinema e TV, oggi più che un doveroso tributo è quasi una necessità. In tempi di AI delegata a vampirizzare (impunemente) la creatività passata e a castrare le pulsioni inventive degli aspiranti artisti, ricordare l’opera di Rambaldi significa fare i conti con un (glorioso) passato analogico, e far sì che lo stesso non venga archiviato acriticamente dalle generazioni future ma piuttosto riportato nuovamente dentro il presente, integrato perfino con la modernità.

Ecco così che nell’anno che celebra il centenario della sua nascita il Palermo Comic Convention 2025, festival del fumetto e della cultura pop giunto ormai alla sua decima edizione, ha reso omaggio al maestro ferrarese ospitando la splendida mostra “Carlo Rambaldi fra fantascienza e realtà”, in cui immagine e manufatti hanno trovato una degna cornice e nuova narrazione. Così accanto a una selezione di fotografie rare ed emblematiche che ripercorrono la carriera di Rambaldi, ritraendolo al lavoro sui celebri modelli meccatronici di film come King Kong, E.T., Alien e Incontri ravvicinati del terzo tipo, sono stati esposti, fra gli altri, anche i meravigliosi bozzetti originali di Dune, del troll ruba-respiro de L’occhio del gatto e perfino quel piano-sequenza artistico che spiega la genesi del tenero extraterrestre (per il quale Rambaldi trasse ispirazione dal proprio gatto domestico). A questi capolavori visivi si aggiungono poi una splendida “E.T. Animatronic Head”, omaggio scultoreo realizzato dai Rambaldi Studios, i tre Oscar originali vinti (i 2 assegnati per Alien ed E.T. e l’Oscar Special Achievement Award per gli effetti visivi di King Kong) ed il modello originale di una delle teste dell’alieno E.T. utilizzate sul set.

Madrina e al tempo stesso cicerone dell’evento non poteva che essere Daniela Rambaldi, già presidente della Fondazione Culturale Carlo Rambaldi e figlia d’arte che dal padre non ha ereditato soltanto l’estro creativo (è stilista e creatrice di ben due brand di moda) ma anche la grande disponibilità e l’affettuosa cordialità. Ritrovarsi a chiacchierare con la figlia Daniela esattamente vent’anni dopo quel primo incontro col padre Carlo sembra chiudere idealmente un cerchio. A lei, gentilissima e prodiga di aneddoti per tutti i visitatori, ho avuto l’onore di consegnare e dedicare un poster disegnato appositamente per la mostra e in cui celebro le icone create dal padre (fra le quali il mai troppo ricordato automa di Profondo Rosso il cui ghigno è ancora oggi foriero di incubi per il sottoscritto). Ancora una volta tutto questo avviene in un caldissimo pomeriggio estivo, e ancora una volta in quella stessa atmosfera di disinvoltura, simpatia e spontaneità di vent’anni fa.

È la storia di un’eredità che prosegue quella di Carlo Rambaldi, una storia che, dopo Palermo, toccherà Los Angeles per approdare infine al MoMA. E forse non è nemmeno un cerchio che si chiude ma la storia di un arcobaleno che solca il cielo…

Andrea Lupo
La mostra “Carlo Rambaldi fra fantascienza e realtà” è stata promossa dall’Associazione Culturale Dirty Dozen, dalla Palermo Comic Convention e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, in collaborazione con la Fondazione Carlo Rambaldi e Rambaldi Promotions.



























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