DISCLOSURE DAY, la rivelazione e l’illusione per Spielberg

E’ la sequenza di un “falso” (l’incontro di wrestling) ad aprire il film di Spielberg dopo la parola disclosure (rivelazione, divulgazione) del titolo. L’impatto è violento e brutale, come i calci sferrati dal lottatore allo sfidante già atterrato (prospettiva condivisa guarda caso con gli spettatori in sala). Quei colpi sappiamo già essere fasulli, coreografati e “ingannatori”. Non fanno male perché, di fatto, dissimulano il reale. Esattamente come succede nel film. E’ un incipit quasi teorico quello scelto da Steven Spielberg per “Disclosure Day”, un attacco che stordisce e che catapulta con immediatezza dentro la dimensione di una storia che andrà, per tappe quasi “analogiche”, a disvelarsi progressivamente sotto i nostri occhi. E il wrestling, pratica scenica fondata su una finzione creduta reale, probabilmente è la metafora più plastica del concetto di spettacolo, di quello che si invera grazie all’adesione di uno sguardo “complice”. Lo sguardo di chi accetta l’illusione. Quello dello spettatore.

Ed è proprio “Illusione” la parola di accesso che invita a comprendere “Disclosure day” oltre la sua stessa superficie filmica. Opera fanciullesca (mai però infantile) e al tempo stesso adulta, questa di Spielberg prende a pretesto l’ossessione per la disclosure ufologica (cui lui stesso aderisce) per compiere un viaggio attraverso i generi che gli sono più congeniali (avventura, spy story, melò, dramma, in una parola il cinema), sintetizzandoli coi temi (e coi relativi  cortocircuiti) del nostro presente: la tensione fra verità e ipocrisia, il conflitto fra fideismo e scetticismo, la contrapposizione fra comode gabbie paranoiche e lo “svelamento” catartico. E a guidarlo, in questo viaggio (che dal “I Want to believe”, voglio credere,  approda al “We deserve to know”, meritiamo di sapere) è proprio la sua fede incrollabile nell’affabulazione e nell’artificio cinematografico. In una parola nell’illusione che apre al “reale”. L’illusione, dopotutto, è anche la percezione soggettiva che aiuta a sublimare i traumi e che “prepara” al peso della verità. Non è un caso se nel corso del film vediamo uno dei personaggi-chiave, Hugo l’ex insider della Wardex Corporation, farsi sempre più guida e propulsore psicologico dell’evoluzione dei due protagonisti, Margareth e Daniel (entrambi alle prese con le proprie zone d’ombra). E tutto avviene, non a caso, in coincidenza con l’allestimento di un set. Non è difficile dunque intravedere in Hugo lo stesso Spielberg, regista-demiurgo che determina il destino delle proprie creature esattamente nel momento in cui le “dirige”. Il deus ex machina (da presa) che allevia il fardello di una dolorosa reminiscenza traghettandola dentro le forme pastose e soffuse di una fiaba.

Del resto che affabulazione ed illusione guidino totalmente le vicende dei protagonisti di “Disclosure day” appare evidente non solo nel parallelo esplicito fra Hansel e Gretel (Margareth-Gretel giunge alla casetta di marzapane dove imprigionato si trova Hansel-Daniel), ma anche nella leggerezza, temeraria e perfino fanciullesca, con cui Spielberg pilota l’azione e il thrilling interiore del suo racconto. Come se il regista, dopo l’introspezione dolorosa e biografica di “The Fabelmans”, sentisse il bisogno di ritornare ad essere nuovamente il bambino dell’incipit di quel film, alle prese coi suoi modellini ferroviari e gli incidenti creati ad arte. Fateci caso: l’intera spericolata sequenza del treno di “Disclosure day” è costruita su eccessi (il cattivo che spinge i buoni sulla rotaia, l’aggancio della macchina al vagone in corsa, il salto poco prima dell’impatto) che sembrano partoriti da un ragazzino che gioca con la sua stessa sospensione dell’incredulità. E perfino le fughe di Daniel, coi “cattivi” che non si accorgono di lui e la successiva fuga sulla macchina rubata, sembrano coreografie più “funzionali” che verosimili al medesimo gioco dell’illusione.

Tutto per il piacere (puro) della macchina, del movimento e di quei bagliori fiabeschi con cui la Amblin ci ha cresciuto. Ma, anche, per amore dell’avventura e di un cinema febbrilmente in cerca di un proprio orizzonte (quello che, per citare ancora “The Fabelmans”, poteva stare solo sopra o sotto, mai nel mezzo, mai cioè nel compromesso, perché il mezzo è “noioso”). E così abbracciare l’illusione per Spielberg diventa in “Disclosure Day” un atto sicuramente teorico ma anche, un gesto sincero e “necessario”, l’unico capace di condurre tutti (protagonisti e spettatori) alla verità. Le iperboli narrative del racconto (il film saetta letteralmente fra avventura, dramma commovente e perfino commedia e slapstick ) e quella riflessione costante sulle immagini capaci di guidare, “sofisticandola”, la realtà (il set fisico costruito per riportare freudianamente a galla il rimosso, gli alieni che scelgono la forma animale per “calmarci” e perfino l’invisibilità che diventa protagonista “palese” nella splendida sequenza della fuga dal capannone), sono gli strumenti di cui il regista si serve per rendere quell’illusione sempre più palpabile, genuina e “attendibile”.

Ma se la fede che Spielberg nutre nei confronti del racconto e delle immagini è commovente, non lo è da meno la fiducia che ripone (ancora) nei confronti del genere umano. L’amore con cui tratteggia ogni singolo personaggio del film (perfino i cattivi irredimibili) e la morsa con cui decide di stringere la sua comunità globale — dagli spettatori in strada ai militari — attorno a quel “Meritiamo di sapere” collettivo, sono la prova più concreta di quello slancio tipicamente umanista che non lo ha mai abbandonato, nemmeno in (questi) tempi di certezze tramortite ed empatie lacerate. Ed è proprio dall’empatia che Spielberg riparte per organizzare il suo discorso sulla rivelazione. L’empatia come sentimento unificante, che salda le fratture fra i singoli e concede una seconda possibilità al mondo. E il viaggio che porterà inevitabilmente alla disclosure collettiva (con la desecretazione e poi la divulgazione dei filmati sugli schermi televisivi), Spielberg lo dissemina di figure “serventi” e simboliche. Non soltanto i due protagonisti, entrambi “infusi” di doni alieni, Daniel che comprende nel linguaggio stellare della matematica e Margareth che ha la virtù della comunicazione plurilingue  (che a sua volta apre le porte all’empatia), ma anche Jane, archetipo di una fede timorosa più dell’uomo che di Dio, preoccupata per lo smarrimento che potrebbe conseguire alla rivelazione (e nonostante tutto diventerà decisiva per la stessa), e il già citato Hugo, l’architetto, lo scenografo-demiurgo ma anche il custode gentile di Invivo 17. Perfino il rigido e determinato Scanlon, CEO della Wardex, si rivela progressivamente un villain quasi “crepuscolare” che attende il momento migliore in cui uscire di scena. Sembrano tutte figure preordinate, simbolicamente designate a far avanzare la storia fino alla sua conclusione più attesa e “desiderata”, verso cioè il suo non più rimandabile messaggio.  

E nel film quel messaggio giunge nell’esatto momento in cui l’umanità, sulla quale incombe il peso di tensioni belliche, ne ha più necessità. E quel momento Spielberg lo fa coincidere, significativamente, col nostro sconquassato presente, quello in cui le evidenze paiono ormai essere prive di peso, le certezze vengono messe in discussione e la società ha serrato ogni orizzonte emotivo, sottraendosi all’empatia e alla condivisione. Accade così che nel finale (uno dei più tondi, perfetti e umanisti del suo cinema) disclosure, informazione e verità (quest’ultima annunciata da un perentorio Ascoltate) finiscono per sovrapporsi e compiersi nello stesso magico istante. La fede nel racconto (e nell’illusione) può ancora aprire varchi e dissolvere le separazioni. In una parola può produrre meraviglia. Valicare la barriera fra l’obiettivo della macchina e quello dello schermo non è mai stato così lieve e confortante. Come dice Margareth “è stato quasi come attraversare una tenda d’acqua calda…”     

Andrea Lupo

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