Mezzo secolo di cinema americano attraversato con fascino, grinta, invidiabile capacità produttiva e un forte spirito democratico. Bello Robert Redford lo era nel senso vero del termine e non solo per quelle caratteristiche che lo rendevano un irresistibile uomo da “copertina”. Attore e cineasta completo e complesso (l’Oscar lo sfiorò come protagonista per “La stangata” ma lo vinse come regista per il bellissimo “Gente Comune“, seminale psicodramma su tutte le incomunicabilità familiari di ieri e oggi), una grande coscienza sociale e civile (non impegni patinati ma vere cause a sostegno di ambiente e diritti civili) e la fondazione, in pieno deserto dello Utah, di quell’oasi del cinema indipendente che era il Sundance Institute (da cui l’omonimo Sundance Film Festival), laboratorio creativo e fucina di futuri talenti (Soderbergh, Tarantino, Rodriguez, Jarmush, Chazelle), nonchè luogo che contribuì (con ben 400 film) alla visibilità e alla rappresentazione queer nel cinema (quella che oggi molti analfabeti social chiamano “woke”). L’America incarnata dai suoi eroi idealisti e combattivi (il Woodword di “Tutti gli uomini del presidente” ma anche Condor e Brubaker) o da uomini romantici, dolci e ironici (“Come eravamo” su tutti) oggi, al confronto, sembra una terra lontanissima e mitica, impossibile da riavere. La New Hollywood nasceva sicuramente con lui e con un’altra dozzina di talenti. Però nel suo volto bello e pulito si rifletteva indiscutibilmente la parte migliore del suo paese. Un paese imperfetto già da allora ma che era capace, ancora, di mettersi davanti a uno specchio e giudicarsi senza sconti.
Continua a “danzare nel sole” mitico Sundance Kid…

Testo e disegno di Andrea Lupo


























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